Film di Francesca Arghibugi del 2008.

In questo film è narrata una storia di profonda amicizia. Due persone lontane, per estrazione sociale e culturale completamente diverse, si ritrovano vicini di letto in ospedale per un attacco di cuore. Forse la paura del domani, forse l’attrazione della diversità, creano un legame che cresce in un ristretto lasso di tempo ma che cambierà l’esistenza di entrambi.

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Questo film descrive grazie ad un’efficace sceneggiatura la storia di questa giovane coppia dall’inizio dell’università all’ingresso nell’età adulta. “Dieci Inverni” è anche un romanzo. Per introdurre il libro Valerio Mieli ha usato una citazione di Natalia Ginzburg: “Un giorno incontriamo la persona giusta. Restiamo indifferenti, perché non l’abbiamo riconosciuta”… ed è proprio così che succede ai protagonisti del film.

Dieci inverni quelli che separano e uniscono Camilla e Silvestro. Lui più solare ed aperto che all’apparenza sembra più confusionario e senza un progetto preciso, lei più riflessiva ed organizzata che sembra avere già le idee chiare per il suo futuro. Sembrano opposti ma in realtà nell’evoluzione dei personaggi Silvestro, al contrario di quello che ci si aspetterebbe, troverà abbastanza velocemente la sua strada mentre Camilla che sembrava così sicura, metterà spesso in discussione le sue convinzioni e avrà bisogno di più tempo per capire la direzione da prendere.

S’incontrano per caso, si sfiorano con lo sguardo e lui prova subito ad avvicinarla ma lei è da qualche altra parte e sembra infastidita dall’esuberanza di lui.  All’inizio, c’è questo strano corteggiamento, dove si percepisce palpabile la tensione ma rimane sempre sopita e nessuno ha il coraggio di esporsi per paura forse di essere rifiutati o forse perché la loro diversità li attrae e li respinge allo stesso tempo.

Poi si susseguono gli anni tra avvicinamenti e allontanamenti continui. Si piacciono ma ognuno nel frattempo cerca se stesso e non trovano mai il tempo giusto, o è lui ad essere impegnato o è lei, ma il legame continua e si fa sempre più forte. Quando sono complici e vicini una mossa falsa li allontana di nuovo, probabilmente il destino, probabilmente la paura e l’orgoglio. Negli anni crescono, vicini e lontani, circondati dall’inverno che li spinge a coprirsi e a coprire i sentimenti che solo dopo un lungo percorso di crescita riusciranno a “scongelare”.

Ci vorranno quindi dieci inverni perchè arrivi il tempo giusto, il tempo in cui nonostante la paura si può rischiare e ci si può concedere all’altro. Il destino li spinge l’uno verso l’altra in una Venezia non convenzionale fuori stagione e semideserta, che diventa una città tutta per loro.  La casetta isolata dal mondo del primo incontro è un’”altra protagonista del film” e diventerà il luogo protetto in cui poter lasciarsi finalmente andare.

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Il destino ha voluto che m’imbattessi in questo film e gliene sono grata. Non solo perché mi ha portato a piazza Ognissanti di una bellezza nascosta ed intatta e all’Institut Français con la sua sala intima e di altri tempi ma soprattutto per questo piccolo grande film.

Il nome che portiamo ci rappresenta e spesso dà delle informazioni preziose sulla nostra provenienza, specialmente in una nazione multietnica come la Francia.

Con originalità ed una profonda leggerezza viene narrato l’incontro tra due persone molto diverse tra loro: Baya e Martin.

Baya con un nome unico che nasconde la sua provenienza, figlia di una francese e di un immigrato algerino. La madre, è una hippy sfegatata ed anticonformista.  Il padre, ha il dono della pittura ma spinto dal senso della responsabilità, per vivere fa ogni tipo di lavoro.

Arthur Martin un nome comunissimo, anche di una nota marca di cucine è figlio di un’orfana reduce dall’olocausto e di uno scienziato.  La madre, alla quale è stato strappato il suo vero nome e con esso la sua identità, vive in un silenzio che la protegge dal dolore.  Il padre si occupa del nucleare e nella fantasia per immagini di Martin non è mai stato giovane.

L’estrema libertà di Baya e la tenera rigidità di Martin fanno scintille. Lei passa da un lavoretto all’altro ma ha un’unica missione: convertire i fascisti con un metodo a dir poco originale, facendo l’amore e non la guerra. Seduce tutti gli uomini di destra plasmandoli ai suoi ideali.  Martin lavora come esperto di malattie epidemiologiche trasmesse dagli animali, è riservato ed un po’ spaventato ma tenero e appassionato.

Non è solo un film estremamente politico ma anche un film leggero, di quella leggerezza di cui parlavano i greci, possibile dopo essere andati in profondità.  Politico perché descrive con ironia le rigidità politiche e una società moderna che crea la paura del diverso, dello straniero.   Leggero perché ci parla dell’importanza della relazione e della diversità, di come attraverso l’altro possiamo imparare a liberarci dalle nostre paure e crescere.

Tante le scene originali e irresistibili e tanti gli spunti di riflessione: sulla società francese, da generazioni un crogiolo di razze provenienti da tutto il mondo; sulla famiglia e di come possa condizionare; sull’amore che scatta quando in entrambi i membri della coppia si riesce ad entrare in contatto con la propria parte bambina; sull’importanza del nome nella costruzione dell’identità; sulle differenze culturali tra le etnie.

Ma quello che ci portiamo come regalo, dopo la visione di questo film, è che nonostante le diversità sociali, culturali, familiari siamo tutti accumunati da un unico bisogno universale: Amare.

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Film di Luca Lucini del 2008.

Il film racconta il mondo del calcetto ma è un pretesto per parlare del rapporto tra uomini e donne in questo millennio. Con toni lievi e momenti decisamente divertenti si raccontano l’amore, l’amicizia, le incomprensioni e i tradimenti e tutte le emozioni che fanno parte della vita nei nostri tempi. Molti gli spunti di riflessione per parlare della relazione uomo-donna.

Se vuoi saperne di più, partecipa all’evento che si svolgerà mercoledì 20 febbraio a Villa Pirandello a Roma. Seguici a qui: Eventi Villa Pirandello.

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“Non c’è amore più sincero, di quello per il cibo”. George Bernard Shaw

 Come l’acqua per il cioccolato è stato un grande successo internazionale ed ha avuto un nomination ai Golden Globe del 1993.

Il regista messicano Alfonso Arau trasforma in immagini il libro della moglie Laura Esquivel che ne è anche sceneggiatrice. Un film che contiene in sé molteplici ingredienti non sempre amalgamati tra loro ma comunque invitanti: un po’ melò, un po’ commedia surreale, un po’ fantasy, un po’ dramma in costume. Tanti gli ingredienti, uno su tutti la cioccolata, che attraverso la fotografia, ricopre tutto lo schermo. Un’occasione per riflettere su come il cibo sia non solo nutrimento ma anche e soprattutto un potente strumento di comunicazione.

L’alimentazione rappresenta la prima forma di relazione e di rapporto che il bambino instaura con la madre o in questo caso con la figura che se ne prende cura. Il nutrimento, è insieme fisico e psichico, solo gradualmente il bambino impara a distinguere tra bisogni fisici e bisogni emotivi e psicologici. Il cibo, infatti, non è semplicemente il momento di soddisfazione di un bisogno fisiologico ma è un’attività cui l’individuo attribuisce molteplici significati. Già nel neonato alimentarsi acquista connotazioni comunicative e simboliche: per lui nutrirsi significa porsi in relazione, accettare, fidarsi, conoscere e sperimentare.

La relazione si attiva dal nutrimento e cresce con esso. Nell’infanzia il cibo viene utilizzato dai genitori o dalle figure educative, come premio per un corretto comportamento e rinforza la convinzione che sia qualcosa di prezioso.

Nell’adolescenza il cibo può essere utilizzato come strumento per modificare l’aspetto del proprio corpo e trasmettere le proprie emozioni: non è un caso che di solito i disturbi alimentari si sviluppino proprio in quest’età. Gli aspetti quantitativi e qualitativi dell’alimentazione del bambino e in seguito dell’adulto sono molto influenzati dall’ambiente e in particolare la famiglia gioca un ruolo particolare.

Quello che viene dato conta tanto quanto da chi e come viene dato.

L’atto del nutrire e dell’alimentarsi è un atto sociale e relazionale carico di informazioni, significati ed emozioni.

Ogni nuova ricetta del film infatti, è un pretesto per evocare i momenti più significativi proprio della famiglia di Tita.

L’amore per il cibo passa attraverso le generazioni. Il cibo viene utilizzato per manifestare i sentimenti che fanno parte della vita: l’amore, la passione, la tristezza, la rabbia.

Il cibo rappresenta per ciascuno qualcosa di molto personale, come è personale la relazione che si ha con esso. Mangiando un alimento a quale bisogno rispondo? Alla parola cibo spesso associamo una moltitudine di significati.

La nostra protagonista, non è stata allattata al seno ma è stata nutrita dalla levatrice, che le ha trasmesso l’amore per la cucina e per il cibo e le ha dato quel nutrimento affettivo che la madre non era in grado di offrirle. Oltre al cibo è entrata in gioco la cura, l’attenzione per l’altro.

Tita crescerà in fretta ed imparerà molto presto a cucinare. La cucina per lei è il luogo dell’accudimento, in cui rifugiarsi e comunicare quello che non può fare attraverso le parole ed è il regno di Nacha la donna che la alleverà con affetto.

Quando scopre che l’amore della sua vita sposerà la sorella, si rifiuta di mangiare perché dice di avere dentro di sé un vuoto come “quello dei buchi neri dello spazio”. Alle volte il dolore chiude lo stomaco, altre mangiare diventa un modo per colmare dei vuoti e compensare delle mancanze.

Ma la cucina è anche il luogo dove Tita trova conferma del proprio destino e dove nasce e si radica il desiderio di superarlo. Quando riesce a ribellarsi alla madre, a causa del dolore della morte del nipote, all’inizio è spaesata: non sa più cosa fare perché è libera e non lo era mai stata prima. Avrà bisogno di tempo per poter scegliere, invece che eseguire degli ordini.

All’interno della famiglia, i vari membri giocano delle funzioni, che sono spesso non scelte. Quando si acquista consapevolezza e si esce dagli schemi, in un primo momento si provano delle sensazioni di smarrimento e confusione ed è necessario del tempo per riuscire a capire i propri desideri, liberi dai condizionamenti familiari. Bisogna infatti imparare a gestire la propria libertà perché spesso è più semplice, anche se più doloroso, trovarsi in delle situazioni che conosciamo e che abbiamo imparato a gestire, piuttosto che affrontare l’ignoto, il nuovo.

L’immagine della scatola dei cerini, è la metafora delle potenzialità nascoste che possediamo e che ci servono se si vuole uscire da eventi negativi, per nutrire l’anima d’energia, ma dobbiamo imparare a maneggiare tutti gli strumenti che abbiamo perché come avviene nel film, le emozioni, troppo a lungo represse, possono diventare troppo forti e distruggere. 


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