Sarò impopolare ma questo è il film di Sorrentino che mi è piaciuto di più. Ci sono degli elementi del suo cinema che personalmente apprezzo poco, tipo ad esempio il gusto per particolari che non aggiungono nulla alla narrazione ma che sembrano fatti apposta per piacere al pubblico dei critici. In alcuni momenti mi sembra un po’ ruffiano ma questo film mi è piaciuto perché pieno di contrasti visivi e psicologici. Il contrasto tra la lente deformante delle feste sulle terrazze piene di personaggi che fanno quasi tenerezza nel loro squallore e la bellezza fuori dallo spazio e dal tempo di una Roma all’alba semi deserta immobile e lenta nello scorrere delle sue acque. Un Toni Servillo molto bravo, anche se alla fine sembra girare sempre intorno a personaggi inquieti e malinconici, ci conduce per mano nella sua vita fatta di un nulla che all’inizio può apparire allettante ma che nasconde una profonda solitudine.

“Essere mondani ed avere il potere di far fallire le feste”, l’unico potere in una vita che fa fatica a trovare un senso.   Jep Gambardella il protagonista del film mi piace nonostante la sua faccia da schiaffi e la sua indolenza ostentata ed  il suo cinismo sprezzante, non può non rimanere simpatico.

Jep si trascina tutto il giorno alla ricerca di qualcosa di diverso dal mondo finto intellettuale della borghesia romana di cui è circondato ma non sa più dove cercare perché probabilmente cerca nel posto sbagliato. Non a caso viene incuriosito dal personaggio di Sabrina Ferilli che non sfigura in fatto di “coattaggine” con i suoi amici (è simpatica la scena di quando le amiche dell’alta borghesia criticano il modo di vestire della Ferilli) ma che se ne discosta per  un certo candore poco legato al “chiacchericcio” nominato nel film. Con lei Jep non è sarcastico ma scopriamo degli elementi di tenerezza che, vedremo fanno parte attraverso i flashback,  del suo passato e della prima volta in cui si è innamorato.

Alla fine credo che Jep troverà quello che stava cercando tornando alle sue radici, come gli aveva suggerito la santa.

Anche quel personaggio è veramente caricaturale ed esasperato, come se attraverso l’esagerazione, si possa però poi arrivare all’essenza delle cose.

La santa completamente sdentata che nonostante le sue condizioni fisiche percorre la scalinata di San Giovanni in Ginocchio e il vescovo che non fa altro che parlare di ricette e di cibo noncurante della spiritualità. Due facce della religione cattolica entrambe volutamente esasperate. La mondanità animalesca delle feste e la spiritualità dell’accecante bellezza di una Roma nascosta; l’affollamento e la solitudine, il sacro e il profano, l’effimero dell’apparenza attraverso corpi deformati dalla chirurgia estetica e il vuoto di certi ambienti intellettuali che inconsapevoli sfoderano avvilenti banalità alla purezza decadente e malinconica di alcuni personaggi (Verdone, La Ferilli, il povero figlio il bravissimo Luca Marinelli ed il personaggio meraviglioso un po’ “Linchano” della nana)

Credo che questo film abbia una potenza visiva incredibile accresciuta ancor più da una colonna sonora che diventa protagonista al pari delle immagini e che ci permette di perdonare qualche momento in cui il film si perde, in sequenze sicuramente  bellissime dal punto di vista estetico ma che risultano in più.

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Film di Francesca Arghibugi del 2008.

In questo film è narrata una storia di profonda amicizia. Due persone lontane, per estrazione sociale e culturale completamente diverse, si ritrovano vicini di letto in ospedale per un attacco di cuore. Forse la paura del domani, forse l’attrazione della diversità, creano un legame che cresce in un ristretto lasso di tempo ma che cambierà l’esistenza di entrambi.

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Questo film descrive grazie ad un’efficace sceneggiatura la storia di questa giovane coppia dall’inizio dell’università all’ingresso nell’età adulta. “Dieci Inverni” è anche un romanzo. Per introdurre il libro Valerio Mieli ha usato una citazione di Natalia Ginzburg: “Un giorno incontriamo la persona giusta. Restiamo indifferenti, perché non l’abbiamo riconosciuta”… ed è proprio così che succede ai protagonisti del film.

Dieci inverni quelli che separano e uniscono Camilla e Silvestro. Lui più solare ed aperto che all’apparenza sembra più confusionario e senza un progetto preciso, lei più riflessiva ed organizzata che sembra avere già le idee chiare per il suo futuro. Sembrano opposti ma in realtà nell’evoluzione dei personaggi Silvestro, al contrario di quello che ci si aspetterebbe, troverà abbastanza velocemente la sua strada mentre Camilla che sembrava così sicura, metterà spesso in discussione le sue convinzioni e avrà bisogno di più tempo per capire la direzione da prendere.

S’incontrano per caso, si sfiorano con lo sguardo e lui prova subito ad avvicinarla ma lei è da qualche altra parte e sembra infastidita dall’esuberanza di lui.  All’inizio, c’è questo strano corteggiamento, dove si percepisce palpabile la tensione ma rimane sempre sopita e nessuno ha il coraggio di esporsi per paura forse di essere rifiutati o forse perché la loro diversità li attrae e li respinge allo stesso tempo.

Poi si susseguono gli anni tra avvicinamenti e allontanamenti continui. Si piacciono ma ognuno nel frattempo cerca se stesso e non trovano mai il tempo giusto, o è lui ad essere impegnato o è lei, ma il legame continua e si fa sempre più forte. Quando sono complici e vicini una mossa falsa li allontana di nuovo, probabilmente il destino, probabilmente la paura e l’orgoglio. Negli anni crescono, vicini e lontani, circondati dall’inverno che li spinge a coprirsi e a coprire i sentimenti che solo dopo un lungo percorso di crescita riusciranno a “scongelare”.

Ci vorranno quindi dieci inverni perchè arrivi il tempo giusto, il tempo in cui nonostante la paura si può rischiare e ci si può concedere all’altro. Il destino li spinge l’uno verso l’altra in una Venezia non convenzionale fuori stagione e semideserta, che diventa una città tutta per loro.  La casetta isolata dal mondo del primo incontro è un’”altra protagonista del film” e diventerà il luogo protetto in cui poter lasciarsi finalmente andare.

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Il destino ha voluto che m’imbattessi in questo film e gliene sono grata. Non solo perché mi ha portato a piazza Ognissanti di una bellezza nascosta ed intatta e all’Institut Français con la sua sala intima e di altri tempi ma soprattutto per questo piccolo grande film.

Il nome che portiamo ci rappresenta e spesso dà delle informazioni preziose sulla nostra provenienza, specialmente in una nazione multietnica come la Francia.

Con originalità ed una profonda leggerezza viene narrato l’incontro tra due persone molto diverse tra loro: Baya e Martin.

Baya con un nome unico che nasconde la sua provenienza, figlia di una francese e di un immigrato algerino. La madre, è una hippy sfegatata ed anticonformista.  Il padre, ha il dono della pittura ma spinto dal senso della responsabilità, per vivere fa ogni tipo di lavoro.

Arthur Martin un nome comunissimo, anche di una nota marca di cucine è figlio di un’orfana reduce dall’olocausto e di uno scienziato.  La madre, alla quale è stato strappato il suo vero nome e con esso la sua identità, vive in un silenzio che la protegge dal dolore.  Il padre si occupa del nucleare e nella fantasia per immagini di Martin non è mai stato giovane.

L’estrema libertà di Baya e la tenera rigidità di Martin fanno scintille. Lei passa da un lavoretto all’altro ma ha un’unica missione: convertire i fascisti con un metodo a dir poco originale, facendo l’amore e non la guerra. Seduce tutti gli uomini di destra plasmandoli ai suoi ideali.  Martin lavora come esperto di malattie epidemiologiche trasmesse dagli animali, è riservato ed un po’ spaventato ma tenero e appassionato.

Non è solo un film estremamente politico ma anche un film leggero, di quella leggerezza di cui parlavano i greci, possibile dopo essere andati in profondità.  Politico perché descrive con ironia le rigidità politiche e una società moderna che crea la paura del diverso, dello straniero.   Leggero perché ci parla dell’importanza della relazione e della diversità, di come attraverso l’altro possiamo imparare a liberarci dalle nostre paure e crescere.

Tante le scene originali e irresistibili e tanti gli spunti di riflessione: sulla società francese, da generazioni un crogiolo di razze provenienti da tutto il mondo; sulla famiglia e di come possa condizionare; sull’amore che scatta quando in entrambi i membri della coppia si riesce ad entrare in contatto con la propria parte bambina; sull’importanza del nome nella costruzione dell’identità; sulle differenze culturali tra le etnie.

Ma quello che ci portiamo come regalo, dopo la visione di questo film, è che nonostante le diversità sociali, culturali, familiari siamo tutti accumunati da un unico bisogno universale: Amare.

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Film di Luca Lucini del 2008.

Il film racconta il mondo del calcetto ma è un pretesto per parlare del rapporto tra uomini e donne in questo millennio. Con toni lievi e momenti decisamente divertenti si raccontano l’amore, l’amicizia, le incomprensioni e i tradimenti e tutte le emozioni che fanno parte della vita nei nostri tempi. Molti gli spunti di riflessione per parlare della relazione uomo-donna.

Se vuoi saperne di più, partecipa all’evento che si svolgerà mercoledì 20 febbraio a Villa Pirandello a Roma. Seguici a qui: Eventi Villa Pirandello.

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